Cico, A spasso nel tempo: Una vita da re – Recensione

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Cico: A spasso nel tempo ci porta ai tempi della Rivoluzione Francese!

Con Una vita da re, la miniserie Cico A spasso nel tempo, edita dalla Sergio Bonelli Editore, arriva al suo quinto e penultimo appuntamento prima del gran finale previsto per Novembre.

Albo delicato questo, soprattutto per il sottoscritto. La Rivoluzione Francese, oltre ad essere probabilmente l’evento che ha dato origine agli ultimi due secoli abbondanti di Storia occidentale, è anche il mio periodo storico preferito. L’ho sezionato in tutti i modi attraverso opere di saggistica, romanzi, cinema e serie televisive. Non dico di conoscerlo a menadito, però mi difendo molto bene e sapendo che avrei ritrovato quel periodo storico in un albo a fumetti, per di più comico, ho dovuto reprimere un brivido di terrore e accettare il fatto che mi sarei trovato di fronte a uno stravolgimento totale dei fatti.

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Niente di più sbagliato.

La coppia composta dallo sceneggiatore Tito Faraci, autentico mattatore della serie, in quanto autore e sceneggiatore unico, e dal disegnatore Oskar riesce a fare un lavoro certosino, forse quello più storicamente accurato degli albi usciti finora ed è in effetti un grande pregio. Certo, alcuni argomenti sono trattati frettolosamente e ribadendo stereotipi da mani in faccia (tipo il Robespierre sanguinario che involontariamente grida A morte! invece di Avanti! quando bussano alla sua porta), ma nel complesso il lavoro di ricerca è piuttosto curato.

Riassunto delle puntate precedenti: manovrando incautamente un misterioso manufatto Maya trovato nella casa del professor George MacLeod, Cico finisce catapultato indietro nel tempo all’epoca dell’antica Grecia. Il professore e i suoi assistenti manovrano nuovamente il manufatto cercando di riportare lo storico amico di Zagor nel presente, ma lo fanno finire prima ai tempi dei romani, poi nel Medioevo, nel Rinascimento e infine, con quest’albo, nella Rivoluzione Francese.

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Il canovaccio è esattamente lo stesso che abbiamo visto negli albi precedenti: Cico arriva sul posto, stringe amicizia con un personaggio del luogo, viene coinvolto in un complotto e poi, proprio sul più bello, viene nuovamente trasportato in un vortice spazio-temporale.

Le sorprese relative a quest’albo rasentano lo zero, più o meno come successo nel volume precedente e anche la comicità di Tito Faraci sembra mostrare parecchio la corda. Questa è la cosa più incredibile, dato che Tito è, notoriamente, un autentico mattatore dotato di uno spiccato senso dell’umorismo che negli anni è stato capace di fare cose incredibili. Nel confrontarsi con questa miniserie del messicano, però, sembra non avere la verve dei tempi passati. L’unico guizzo, finora, è stato quello del terzo albo, Scortesie di corte. Per il resto, i sussulti sono pochi.

Menzione positiva, come sempre, per i disegni di Oskar. Abilissimo, come praticamente tutti i suoi predecessori, nel mescolare realistico con grottesco, Oskar ha dato il meglio di sé nella ricostruzione della reggia di Versailles, sia negli interni che negli esterni. Una documentazione approfondita che non si può non applaudire. In generale, Oskar arriva là dove Faraci non riesce e spesso sono le buffe espressioni dei personaggi a far ridere, più che le battute o le situazioni comiche.

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Chiude l’albo la consueta rubrica dedicata all’approfondimento storico di quanto visto nel corso del volume. Se escludiamo la parte relativa al complotto, pur storicamente plausibile, pur con qualche faciloneria di fondo, risulta evidente come gli autori abbiano privilegiato l’aspetto più realistico. Inevitabile, se consideriamo che la Rivoluzione Francese è un evento storico mappato in scala 1:1.

La bella gag finale di Luca Bertelè, giunto agli onori delle cronache per le sue strisce dei Bonelli Kidz, chiude un albo che, più o meno come tutti gli altri, ci regala poche emozioni.

Appuntamento al mese prossimo con il gran finale.

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