Capitan America 19: La vera storia del Progetto Rinascita – Recensione

Capitan America continua la sua corsa verso Secret Empire mostrandoci la verità sul Progetto Rinascita

Capitan America, il simbolo dell’eroismo per eccellenza in casa Marvel, sta rivoluzionando l’intero concetto del mondo della Casa delle Idee. Da qualche tempo la serie affidata a Nick Spencer sta ribaltando la nostra idea di Cap, dopo averci svelato quell’incredibile “Hail, Hydra” che ha slogato parecchie mascelle per lo stupore.

La strada verso Secret Empire sta continuando, e le tappe rimaste sono ormai poche, prima che la rivelazione diventi epocale. Abbiamo visto nello scorso numero come Steve Rogers abbia mosso abilmente i fili per assumere il ruolo di direttore dello S.H.I.E.L.D., diventando a tutti gli effetti la persona più potente del pianeta. Spencer sta lavorando in modo ottimo, riuscendo a delineare una perfetta spy story che esalti non solo le macro-dinamiche delle relazioni tra le diverse agenzie del mondo Marvel, ma che sappia indagare a fondo anche all’interno dell’animo dei protagonisti.

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Certo, riscrivere completamente la storia di un’icona del fumetto mondiale come Capitan America non è impresa da poco. In questo numero in modo particolare, visto che finalmente scopriamo come è veramente andato il Progetto Rinascita, il passaggio dal gracile Steve Rogers al leggendario Cap.

C’è sicuramente più passato in questa parte della storia. Nonostante ci sia ancora il doppio scenario presente-passato, Spencer privilegia la ricostruzione storica, mostrando come sia arrivati alla creazione del siero del supersoldato, dando, anche in questo, caso una visione differente che si contrapponga a quanto pensavamo di conoscere. Insomma, nella continuity viene riscritto il mito di Capitan America, mantenendo inalterato il suo spirito (scommetto che quest’idea piacerebbe ad Antonio Serra!).

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Spencer non si accontenta di creare i punti di partenza di un maxi evento epocale, vuole dare sostanza e struttura alla sua storia. E coinvolge tutti i pilastri del mito di Cap, offrendo una visione speculare a quanto abbiamo sempre visto.

Se nello scorso numero Rogers sembrava confidarsi con il comatoso Tony Stark, in questo numero cerca di ricostruire il proprio rapporto con il suo più caro e fidato amico: Helmut Zemo. Il dialogo, anzi monologo, di Cap (ma lo posso ancora chiamare così?) con il suo arci-nemico diviene una richiesta di aiuto, un tentativo di risvegliare nel prigioniero una memoria che noi viviamo nei ricordi di Rogers. Il forte legame che lega Steve e Helmut nel 1940, l’arrivo di Zola, sono i presupposti di questo incredibile ribaltamento di fronte dell’eroe Marvel.

Ma il mondo non aspetta. Il segreto di Capitan America rischia di venire rivelato molto prima del previsto, ora che alcuni dei suoi rivali sono entrati in possesso del filmato in cui Steve Rogers getta la maschera.

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Spencer ha scritto una storia emozionante, ma ha la fortuna di vederla disegnata da Saiz, che riesce a realizzare delle tavole espressive ed emozionanti, con una particolare cura nel cogliere espressioni particolari dei personaggi. In una storia in cui è quasi totalmente assente la componente action, tutto deve essere focalizzato nel trasmettere la profondità psicologica della trama. Saiz ne è consapevole e i suoi personaggi sono lo specchio dell’idea di Spencer, anche le loro pose riflettono i tormenti e le difficoltà interiori. Contribuiscono anche Hanna e Rosenberg con la colorazione, specialmente nelle parti di flashback in cui le tonalitè più spente e meno ricche non perdono di intensità narrativa ma sanno esaltare a dovere la storia.

Non ci resta che attendere il 12 ottobre per scoprire come Taskmaster voglia usare l’informazione di cui è ora geloso custode!

Ma come se la passa l’altro Capitan America, Sam Wilson Decisamente male. Rabbia è un manifesto di denuncia, su questo non ci sono dubbi. Ma è una denuncia diretta ad un intero sistema, sociale e giuridico, che vuole smuovere le coscienze, ricorrendo ai supereroi. Ma che sono sconfitti. Solitamente immaginiamo gli eroi come invincibili, ma il Sam Wilson di Spencer è un uomo sconfitto, prima di esser un supereroe. La detenzione di Rage, l’ingiustizia subita dal suo amico, sono per Sam una fonte di preoccupazione e turbamento, lo spingono a chiedersi quale sia il ruolo, cosa possa fare lui per fermare il maelstrom di violenza che si abbatte su New York.

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Non è più solamente una questione locale, di quartiere. Sam deve prendere atto che la protesta civile ha preso piede, è un incendio che che ormai divampa nella comunità afro e degli immigrati, e lui ha lo scomodo ruolo di esser un tutore dell’ordine e cittadino. Spencer gioca abilmente su questa sua doppia figura, costruendo anche una storia in cui la narrazione si svolge su due piani differenti, molto cinematografici. Da un lato abbiamo Padre Gideon che nella sua chiesa infiamma gli animi e e li prepara agli eventi futuri, dall’altro vediamo Rage subire le angherie del carcere, fino al tragico epilogo.

La scena finale di Sam, con l’uniforme da Capitan America, disperato al capezzale dell’amico è un segnale che qualcosa stia per accadere, che il vecchio Falcon stia arrivando al proprio limite. Paul Renaud aiuta non poco Spencer in questo racconto, ne esalta i momenti più intensi e struttura le tavole in modo da valorizzare gli spunti dello scrittore.

Capitan America torna in edicola il 12 ottobre con il numero 20, e sarà un appuntamento da non perdere!

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