Robot, l’integrazione sociale secondo Asimov

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Robot, storia di un'integrazione

Da nemici di racconti fantascientifici a presenza nella nostra vita, il difficile percorso dei robot nella società umana

Oggi migliaia di studenti hanno intrapreso quella battaglia che è l’esame di maturità, un rito che tutti noi abbiamo affrontato, con esiti più o meno corretti. Nell’augurare a tutti loro di farsi valere, mi soffermo un attimo su quella che è una delle tracce che mi sembra incredibilmente interessante: il rapporto tra robotica e umanità. Tema molto affascinante, che abbiamo anche già trattato in precedenza riguardo alla paura del geniale Elon Musk verso le IA, ma che mi lascia anche un attimo perplesso, con un grande dubbio: i ragazzi saranno pronti ad affrontare questo argomento?

Sono passati parecchi anni dalla mia presenza sui banchi del liceo, ma all’epoca ricordo che la maggior parte dei professori ignorava anche il nome di Tim Berners-Lee, nonostante fosse presente come traccia all’esame di maturità un saggio sull’evoluzione dei sistemi di comunicazione, internet in primis. Sarà stato questo mio cinico atto di sfiducia nella scuola, ma sentendo parlare di robot mi è venuta la tentazione di fare un piccolo viaggio alla scoperta di quello che da semplice elemento di letteratura fantascientifica è divenuta una presenza sempre più evidente nella nostra società.

Quelli che noi oggi definiamo robot hanno un’origine che risale all’antichità, quando erano chiamati semplicemente automi, ed erano visti come repliche meccaniche di creature reali. Nell’epica classica esistono già esempi di robot, come gli aiutanti della fucina di Efesto (o Vulcano), ma la voglia di replicare la vita e creare esseri meccanici è sempre stata una mira di grandi menti, tanto che Erone di Alessandria scrisse un trattato a riguardo, dall’emblematico titolo di Automa. Nel Medio Evo e nel Rinascimento questo interesse per gli automi non scemò, ma anzi divenne un vero e proprio fenomeno, tanto che il concetto di automa venne ampliamente accettato e sviluppato; per darvi un’idea, tra il 1860 e il 1910 (quindi un periodo piuttosto recente) gli automi divennero un vero e proprio business, e nella sola Parigi erano presenti centinaia di botteghe familiari dedite alla creazioni di uccelli e altri animali meccanici. In tutto questo tempo, il termine ufficialmente accettato fu automa, o creature meccaniche, solo nel 1920 venne coniato il termine robot.

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I robot visti come anonimi servitori dell’umanità

La nascita del termine robot è da attribuire a Karel Capek, scrittore polacco che partendo dal termine ceco robota (lavoro pesante o forzato) coniò il termine per usarlo nella sua opera teatrale. I robot universali di Rossum, per indicare i servi meccanici impiegati nell’azienda in cui si volge la sua opera (un curiosità: il fratello di Capek, Josef, l’anno prima aveva scritto un racconto simile, L’ubriacone, in cui chiamava i suoi robot automat). All’interno di questa opera, i robot hanno un’accezione negativa, venendo visti come una sorta di minaccia alla figura dell’uomo nella vita di fabbrica, una sorta di nuovo luddismo; se consideriamo che un’altra creatura artificiale, ovvero il Mostro di Frankenstein, aveva già iniziato a far nascere un senso di sfiducia nella vita artificiale, la diffusione dell’opera di Kapek consolidò questo sentimento, che venne ulteriormente cementato dalla figura del ginoide Maria nel celebre Metropolis di Fritz Lang (1927). Ironicamente, nell’anno in cui Capek conia il termine robot nasce anche colui che contribuirà a dare una nuova visione alla figura dei nostri amici metallici: Isaac Asimov.

Una delle linee guida dell’intera produzione di Asimov era quella di sdoganare il robot dal ruolo del cattivo, creando una linea guida di convivenza tra umani e androidi. Nella fantascienza classica, spesso il ruolo del cattivo era affidato a dei robot, , un’idea che ancora oggi è usata in ambito fantascientifico (basta pensare al recente Alien: Covenant).

Asimov scrisse il suo primo racconto sui robot , Robbie, nel 1939 e da quel momento iniziò a dare vita ad un contesto sociale in cui i robot venissero accettati, tramite la creazione del cervello positronico, della US Robotics and Mechanical Men, ma soprattutto tramite la creazione di un corpus di leggi che regolarizzasse il rapporto uomo-robot. Inizialmente note come le Tre Leggi della Robotica, nel corso degli anni, con l’espansione della produzione di Asimov, si arrivò ad una formula definitiva che possiamo ribattezzare le Quattro Leggi della Robotica

  • Legge Zero: Un robot non può recare danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno. 

  • Prima Legge: Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. Purché questo non contrasti con la Legge Zero
  • Seconda Legge: Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Legge Zero e alla Prima Legge.
  • Terza Legge: Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Legge Zero, la Prima Legge e la Seconda Legge.

Asimov spiegò che la sua idea delle Leggi nacque dalla sua voglia di abbattere l’idea che il robot fosse pericoloso e nemico dell’uomo; per motivare la nascita delle Leggi, inserì questa fobia (che in seguito venne introdotta nella vita reale come automatonofobia) nei suoi racconti, chiamandolo Complesso di Frankenstein. Questo complesso psicologico divenne il villain del Ciclo dei Robot, la nemesi della US Robotics and Mechanical Men e del suo team di scienziati capeggiati dalla dottoressa Susan Calvin. Uno degli escamotage elaborato dalla Calvin per contrastare il Complesso di Frankenstein fu dare ai robot un nome umano, partendo dal loro numero di serie, come ne Il piccolo robot perduto dove il protagonista meccanico NS-2 viene ribattezzato Nestor.

In diversi racconti di Asimov tra umani e robot si crea un rapporto amicale, che spesso trascende la distinzione tra meccanico e naturale, tra uomo e macchina, sollevando una serie di dubbi nel lettore. È ancora un oggetto, quindi? O data la sua capacità di interagire con un umano, al punto tale da creare in lui un affetto nei suoi confronti, siamo di fronte a una nuova forma di intelligenza, che merita diritti e riconoscimenti?

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Isaac Asimov, padre della moderna concezione dei robot

Asimov lavora per anni a questi racconti, cercando di creare una diversa visione del robto nell’immaginario collettivo, ma è solo nel 1976 che pubblica il manifesto della sua battaglia:L’uomo bicentenario.
Il robot Andrew ( NDR-113) mostra un inconsueto talento artistico nella lavorazione del legno, e i suoi proprietari, la famiglia Martin, inizialmente fraintende questo suo dono come un difetto, e solo l’insistenza della figlia minore (che Andrew chiama Piccola Miss) spinge il padre a ritornare sui suoi passi, decidendo invece di vendere i pregiati lavori di Andrew, garantendogli quindi una piccola fortuna. Questo approccio spinge il robot ad avere comportamenti umani, a maturare una coscienza, una volontà di essere definito come essere vivente, sfondando definitivamente la barriera del Complesso di Frakenstein. Andrew tenta di esser sempre più umano, nelle usanze, ma anche nel corpo, sostituendo parti meccaniche con organi sempre più simili a quelli umani; è una progressiva marcia verso l’ottenimento di una vita più “umana” e meno robotica, che renda Andrew felice e realizzato. Il racconto finisce con Andrew che viene riconosciuto non solo come essere vivente, ma come uomo, diventano il primo uomo bicentenario e ottenendo l’ultimo aspetto dell’umanità: la mortalità, raggiunta proprio sul finale non con paura, ma con lieta accettazione della propria condizione, finalmente umana.

Andrew è l’araldo di Asimov, portavoce di una rivoluzione sociale nella quale i robot non sono più i robota di Capek,ma esseri che vanno riconosciuti come tali, con diritti e aspirazioni, sempre con le Leggi della Robotica ad aiutarli nella loro crescita. Curiosamente la nascita e miglioramenti delle Leggi della robotica si completano mentre Asimov affronta la sua sfida da padre, come se nel crescere i propri figli avesse acquisito competenze che potessero tornare utili anche con i suoi figli immaginari. E proprio come nella vita vera possono comparire delle anomalie, anche le Leggi della Robotica affronta dei buchi che rischiano di invalidarle, in particolare in due racconti.

In Bugiardo un robot, per un errore di assemblaggio, riesce a leggere nel pensiero e adatta il proprio comportamento alle aspettative degli umani con cui ha a che fare; il robot si trova a dover affrontare la complessità dei sentimenti umani in relazione alla Tre leggi, senza però avere una sufficiente esperienza che consenta una giusto comportamento nei confronti degli umani. Il robot crede che l’infrangere le speranze degli umani (in questo caso un amore non corrisposto della dottoressa Calvin) equivalga a infrangere la Prima Legge; la difficoltà del robot di gestire questo contesto emotivo diventa il casus belli del racconto, ma soprattutto l’arma con cui una ferita Calvin punirà il cupido mendace causandone la disattivazione.

Sempre la dottoressa Calvin, nel già citato Il piccolo robot perduto, dovrà affrontare un robot che è riuscito a sviluppare una sorta di resistenza alle Leggi della Robotica, in seguito a un’accidentale esposizione a delle radiazioni che hanno danneggiato i suoi circuiti positronici. Per scappare alla sua demolizione per motivi di sicurezza, Nestor (numero di serie, NS-2) cercherà di nascondersi in mezzo ad altri suoi simili, ma la sua libertà dalle Tre Leggi verrà sfruttata dalla Calvin per scoprirlo.

Questi due esempi sono spesso citati dai detrattori delle Tre Leggi per confutarle. In realtà in questi due racconti viene presentato un modo diverso in cui le leggi possono influenzare i robot, a volte in maniera pericolosa per gli umani, ma spesso portandoli a comportarsi come dei bambini cui manca l’esperienza e la percezione del mondo adulto.

Nel canone di Asimov si fondono i racconti (spesso nati per essere pubblicati su riviste di settore) e i libri che compongono i suoi cicli narrativi più famosi, e il trait d’union che da continuità al tutto è proprio la presenza dei robot, la loro crescente importanza nelle vicende umane e l’impatto che hanno sui vari protagonisti umani.

Se consideriamo il Ciclo dei robot (Abissi d’acciaio, Il sole nudo, I robot dell’alba, I robot e l’impero, che si aggiungono ai vari racconti) è difficile non notare una lenta, ma progressiva, integrazione degli uomini meccanici nella società umana. Questa loro crescente importanza appare ancora più evidente a partire dal primo libro in cui compaiono due dei personaggi centrali del corpus letterario di Asimov, l’umano Elijah Baley e R. Danel Olivaw, dove la R sa per robot.  Mentre Olivaw insegna a Bailey a non aver paura dei robot, ma anzi a vederli come alleati e amici, il robot impara dal suo collega umano a come convivere coi sentimenti umani, come diventare parte delle loro vite, riuscendo a crearsi una posizione di importanza fondamentale nella evoluzione sociale dell’intera umanità.

La ricerca di un punto di contatto tra umani e robot sarà la sfida del futuro?

Ne I robot e l’impero Olivaw affronta la vita senza il suo amico umano, morto da diversi anni, ma viene affiancato da un altro robot, R. Giskard Reventlov, già comparso nel precedente I robot dell’alba e anch’esso amico di Bailey, che darà completezza alla sua crescita interiore, portandolo a riflettere su come i robot possano aiutare gli umani, non apertamente onde evitare di acuire il timore nei confronti delle forme di vita artificiali, ma divenendo silenziosi e discreti protettori. È da questo principio che in fin di vita Reventlov riformula la Prima Legge delle Robotica, intuendo che ad essere importante non è il singolo uomo ma l’umanità, anche a scapito della vita di uno o più individui. È la nascita della Legge Zero, la direttiva che spingerà Daneel a seguire in maniera discreta tutta l’evoluzione umana per i seguenti ventimila anni, sorvegliando gli uomini come in fratello maggiore.

R. Daneel Olivaw diventa il legante che unisce il Ciclo dei Robot al Ciclo della Fondazione, sacrifica la propria esistenza per essere il protettore di un’umanità sempre sull’orlo della propria distruzione a, assumendo un ruolo fatto di sacrificio e dedizione per una causa di cui nessuno sembra esser a conoscenza, vivendo un’esistenza solitaria. Siamo di fronte alla vera crescita morale e sentimentale dei robot, il percorso iniziato dal primo abbraccio di una bambina al suo amico meccanico in Robbie, continuato con l’ingenuo comportamento del robot di Bugiardo e lo slancio di vita di Andrew in L’uomo bicentenario, che si completa in R. Daneel Olivaw, ormai in pieno possesso di una coscienza e di tutti i sentimenti tipicamente umani, forse il più umano di tutti i personaggi di Asimov.

Esistono i robot prima e dopo Asimov, i robot che sono soggetti alle Leggi della Robotica e quelli che le ignorano; per esperienza ho notato che in tutti i film o fumetti in cui compaiono i robot, quelli più credibili hanno una certa familiarità con il canone asimoviano, danno loro una sfumatura di umanità che li rende più credibili e gradevoli. Attualmente, fuori dall’ambito fantascientifico, la maggioranza dei robot ha ancora un maggior legame con il concetto di automa, visto il largo impiego in settori principalmente industriali; con la progressiva nascita di Intelligenze Artificiali e la creazione di nuovi robot dall’aspetto sempre più umano, la necessità di avere una maggior tutela e controllo dei nostri amici robotici diventa un’esigenza, e sempre più studiosi si appoggiano ai concetti elaborati nello scorso secolo da Asimov. Sicuramente, oltre  ai robot si dovrebbe cercare di sensibilizzare anche la nuova generazione di esseri umani a questa convivenza, una presa di coscienza che passa anche dall’apprezzamento del lavoro di Asimov, e chissà che un giorno un capitolo di un libro di testo non sia dedicato proprio a R.Danell Oliwav, personaggio letterario incredibilmente umano!

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