Alien: Covenant, la recensione del secondo prequel di Alien

Alien Covenant Alien: Covenant

La recensione in anteprima del secondo film della trilogia prequel di Alien

Alien: Covenant è il secondo capitolo della trilogia prequel di Alien, ambientato 10 anni dopo le vicende di Prometheus. La pellicola, che uscirà nei cinema italiani solamente il prossimo 11 maggio 2017, è diretta da Ridley Scott, lo stesso regista che, con il primo film del 1979, Alien, inaugurò l’intera saga.

L’astronave Covenant, con a bordo 2000 persone addormentate artificialmente, è diretta verso il pianeta Origae-6 per una missione di colonizzazione. Un incidente costringerà i membri dell’equipaggio a cambiare rotta verso un altro pianeta, molto più vicino di Origae-6 e potenzialmente abitabile, sul quale trovano i resti di una nave aliena e dove incontrano il sintetico David.

Per saperne di più, continuate la lettura della recensione senza spoiler del film Alien: Covenant!

Buongiorno Mother!

Partiamo con i riferimenti al film del 1979, che sono molti. In Alien: Covenant fa il suo ritorno uno dei “personaggi” del vecchio AlienMuthur (o Mother “per gli amici”), il computer di bordo dell’astronave non presente nel precedente Prometheus, la cui “presenza” nel film era stata rivelata pochi giorni fa con una clip in anteprima. Nel complesso, la trama e la struttura della pellicola sono rimaste fedeli a quella del primo film, di cui ne richiamano alcuni punti fondamentali.

Sulla Covenant, infatti, il capitano Christopher Oram (Billy Crudup) decide di cambiare la rotta dell’astronave, dopo aver ascoltato un messaggio audio criptato che sembra riprodurre la voce di un essere umano, portando l’uomo a credere che il pianeta, da cui proviene la trasmissione, sia quindi abitabile e un “buon posto” per la missione di colonizzazione.

Anche in Alien, il capitano Dallas (Tom Skerritt) decise di cambiare la destinazione dell’astronave da trasporto Nostromo, dopo aver ascoltato una richiesta di soccorso proveniente da un satellite di un pianeta sconosciuto. Per non rinunciare ai propri dividendi, all’epoca, i membri dell’equipaggio furono però costretti ad avviare la procedura di indagine sul pianeta.

Tra i vari dettagli in comune spicca il drinking bird, un gioco che simula il movimento di un uccello che beve sfruttando alcune leggi della fisica. Lo stesso meccanismo appare anche in Alien.

Il ritorno dell’horror e dello splatter?

In Covenant il sangue scorre a fiumi, fra teste mozzate galleggianti e corpi con ventri e schiene lacerati. Le ambientazioni cupe ed inquietanti, caratterizzate da effetti climatici a tema, contribuiscono ad alimentare il sapore horror della pellicola; effetto fortemente voluto dal regista Ridley Scott, il cui scopo è mettere a disagio gli spettatori, tra ansia crescente e battito cardiaco accelerato.

Tra scene cruente e da cardiopalma, Scott ripropone in Covenant il meccanismo “vecchio stile” del primo Alien.

Alien: Covenant

David e Walter, due “fratelli” a confronto

Nel film, Michael Fassbender è costretto a “farsi in due”. L’attore, infatti, interpreta sia David, l’androide creato dalla Weyland Corporation e membro dell’equipaggio della Prometheus, che Walter, un sintetico più avanzato che assiste il team della Covenant. I due personaggi si troveranno spesso a confrontarsi, da una parte Walter con la sua tecnologia superiore, ma limitato dal punto di vista emotivo, dall’altra David, progettato e costruito per essere più umano, provare emozioni e pensare.

La pellicola inizia con un flashback che vede come protagonisti David e il suo creatore, Peter Weyland (Guy Pearce), intento a mettere alla prova la sua nuova creazione. Ad un certo punto, l’androide fa notare a Weyland che, dal momento che è un robot, potrebbe sopravvivere alla morte del “padre”. Anche qui un chiaro riferimento a Prometheus, dove un anziano Weyland chiede all’Ingegnere come poter ottenere la vita eterna.

Alien: Covenant

 Alien: Covenant, tra avventura e riflessione

Oltre ad essere un film decisamente non adatto ai bambini, per le sue scene crude, offre anche dei dialoghi filosofici e riflessivi, cercando di trovare risposte alle domande più famose che l’uomo si è posto fin dall’alba dei tempi.

Nelle situazioni più difficili, le emozioni dei personaggi vengono messe a nudo, mostrando la determinazione di Daniels (Katherine Waterston), la fede del capitano Christopher Oram, la voglia di ridere, ma anche la serietà nei momenti giusti, di Tennessee (Danny McBride) e la paura nei confronti dell’ignoto di sua moglie, Faris (Amy Seimetz).

In un cameo, James Franco interpreta Jacob Branson, marito di Daniels e precedente capitano dell’astronave Covenant. Oltre Guy Pearce, fa il suo ritorno anche Noomi Rapace nel ruolo della dottoressa Elizabeth Shaw, mostrando ciò che è successo all’unica superstite della Prometheus, insieme ai resti del sintetico David.

Degne di nota sono anche le musiche, con un azzeccato sapore retrò che ci riporta alle emozioni più originali del primo film cult del 1979 e che gli spettatori di vecchia data apprezzeranno non poco.

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